Il popolo Krobo è famoso per la produzione delle originali perline utilizzate durante le iniziazioni delle ragazze. Dipo è il nome del rito che permette alle giovani di diventare ufficialmente donne e quindi anche spose e madri. Il culmine della celebrazione si raggiunge nel finale in cui la ragazza viene rivestita dalle colorate perline che riflettono metaforicamente il suo nuovo splendore femminile.
MADE IN BENIN è una mostra di fotografie di Paola Mongelli inaugurata alla Mirafiori Galerie il 3 febbraio in collaborazione con la VisionQuest di Genova.
Chi può dire di conoscere realmente il culto del vudù? Come dice la parola stessa (costituita dal radicale ‘’vu’’ = nascosto, segreto e dal radicale ‘’du’’, sinonimo della prima sillaba), il mondo dei vudù è un universo nascosto, custode di tradizioni e di segreti sull’ordine cosmico.
Il sistema religioso vudù attualmente diffuso nel sud del Togo, fino al fiume Volta in Ghana, è di origine fon, l’etnia maggioritaria nel sud del Benin. Il passaggio dal Benin al Togo è avvenuto tra il XVIII ed il XIX secolo. I vudù sono considerati come dei messaggeri, degli intermediari fra Dio Creatore e gli uomini e sono incaricati di conservare le tradizioni e l’ordine cosmico. Posseggono moltissima energia che trovano negli alimenti sacrificali, specialmente nel sangue.
Ogni anno, in Benin il 10 gennaio è giorno di festa, in cui si onora la religione tradizionale ed i suoi culti. In particolare a Ouidah si tengono celebrazioni vudù, che radunano migliaia d’adepti, capi tradizionali e feticheur. Ouidah è considerata una delle capitali del vudù africano. In questa città, antico porto del traffico negriero dall’architettura afro-portoghese decadente coabitano uno di fronte all’altro il tempio dei pitoni e la cattedrale cattolica. Apice della festa è la processione di tutto il popolo, in tenute tradizionali, verso la spiaggia in onore delle anime di coloro che da qui sono salpati in direzione del Nuovo Mondo. In onore anche di tutti i vudù che hanno la loro dimora nelle acque dell’oceano, in particolare la molto venerata ed altrettanto temuta Mami Wata.
L’Africa ha caratteristiche e risorse speciali nei suoi popoli, nei suoi luoghi, nelle suoi usi e costumi, nei suoi prodotti, nel suo lavoro, nella sua arte, nella sua musica.

La musica non è solo un arte dei suoni, ma tramanda la storia, i musicisti sono coloro che ‘passano’ le storie, la parola, le tradizioni.
Il GRIOT è il cantastorie, che conosce le vicende antiche, le musiche per le cerimonie importanti e sa parlare e diffondere le informazioni tramite i canti e la musica. Chiamato anche DJELI in bambara, è una figura presente in tutte le etnie dell’Africa Occidentale. Vi sono famiglie, caste di griot che tramandano ai figli la storia degli antichi imperi e i modi di musicarla. Iniziano a suonare giovanissimi, verso i 3 anni, e oltre alla musica si apprende anche come costruirsi gli strumenti.
Sia uomini sia donne possono essere dei griots, basta appartenere alla casta-famiglia adeguata. Sono i cognomi nelle varie etnie ad identificare l’appartenenza. In ogni famiglia di griot la musica è un’occasione per radunare il padre i vari discendenti a suonare, improvvisare testi, comporre, condividere e migliorare gli strumenti. Bisogna procurarsi il legno adatto, oltre alle grandi mezze zucche svuotate dette calebasse, poi i chiodi, pelle e filo.
Alcuni strumenti dell’Africa Sud-Occidentale:
KORA – Strumento molto antico, il principale dei griot, strumento melodico a 21 corde, disposte su due file, con una cassa di risonanza ricavata da una calebasse rivestita di pelle. Ricorda il suono magico dell’arpa e del liuto.
BALAPHON – uno xilofono con 21 lamelle di legno, sotto le quali, per creare la cassa di risonanza, sono appese due file di piccole calebasse (dalla forma diversa) con forellini in genere ricoperti di carta o tessuto. Il balaphon è sia percussione che melodia.
N’GONI’ – strumento che possiede la stessa struttura e suono della kora, ma con un numero inferiore di corde. Le corde, oggi di nylon, sono sempre disposte su due file e suonate con indice e pollice di entrambe le mani.
Esistono poi altri strumenti a corde molto più semplici che possiedono solo una, due o tre corde come il famoso DJEMBE’, DUN DUN, tamburo da braccio, calebasse.
Secondo una ricerca pubblicata nel 2011, l’Africa rappresenta la seconda regione al mondo dopo l’Asia per tasso di crescita dell’utilizzo di internet tramite dispositivi mobile.
L’Africa è un mercato destinato a crescere a tre cifre nel corso del 2012, come testimoniano i numerosi progetti e iniziative portati avanti sul web da realtà più o meno piccole del continente.
Un aspetto interessante è rappresentato in particolare dai podcast audio e video, che offrono un affascinante spaccato della vita quotidiana dell’Africa in tutte le sue sfumature; sono infatti numerose le serie prodotte in loco e disponibili gratuitamente su iTunes e sulle principali piattaforme di podcasting.
Parlando di Africa Occidentale, ad esempio, un primo esempio riguarda il cinema. Si chiamaTBVP la serie di podcast dedicata ai principali film prodotti in loco: ogni settimana vengono presentate le migliori produzioni degli studi di Ghallywood e Nollywood.
Al mondo degli affari è invece dedicato Ghana Business News, una linea di podcast inaugurata nel dicembre 2011 per scoprire le più importanti news e informazioni sull’economia e la finanza dall’Africa Occidentale: uno strumento utile e interessante per rimanere sempre aggiornati sullo stato di salute della regione.
Per una panoramica a 360 gradi sul continente africano, infine, Radio France Internationale offrre numerosi podcast dedicati, che spaziano dall’attualità alla politica alla cultura e al costume.
In quest’ultima sezione rientra una delle serie più interessanti prodotta da RFI e condotta da Sayouba Traoré.
“Le Coq Chante” ci porta alla scoperta della vita quotidiana dei più remoti villaggi dell’Africa Occidentale, dove ogni giorno il deserto ruba centrimetri di suolo all’agricoltura e l’acqua rappresenta un bene prezioso.
Lungi dall’essere un freddo resoconto, Le Coc Chante ci guida in un viaggio virtuale nel cuore dell’Africa contemporanea in modo divertente e ricco di humour.
I podcast rappresentano quindi uno strumento interessante per scoprire le mille realtà dell’Africa Occidentale, un mix ideale di tradizione e modernità destinato a crescere in maniera sostanziale e costante nei prossimi anni.
Questo mese vi raccontiamo di tre spedizioni davvero originali, da fare!
E’ un viaggio insolito: tra oceano ed entroterra selvaggio si scoprono antichi – e comuni – riti.
Come il Carnevale, che qui è festeggiato in modo molto speciale, tra magia africana ed eredità portoghese. A febbraio, la proposta di tre grandi spedizioni, per innamorarsi definitivamente dell’Africa, quella della natura meravigliosa delle isole Bijagos, delle città dall’architettura eclettica, dei colorati Carnevali della Guinea.
In Togo e Benin si danza nel Sacro Fuoco…
Un viaggio attraverso le culture tradizionali del nord dei due Paesi tra riti coinvolgenti, popolazioni di antica sapienza, complesse alchimie, guaritori e vudu, architetture inusitate e spiagge da sogno sullo sfondo della Storia. Solo 8 giorni ma completi e soddisfacenti, ideali per il periodo invernale quando, solitamente, non c’è molto tempo a disposizione da consacrare ad lungo viaggio.
OTTO GIORNI PER ATTRAVERSARE LA MAGIA
Il nostro viaggio comincia a Lome, città brulicante di vita ma dall’aspetto ordinato: da una parte la suggestiva zona amministrativa, con la sua architettura in stile coloniale e dall’altra l’animato quartiere ‘degli affari’, dove spicca il coloratissimo mercato centrale.
La capitale del Togo è famosa per i suoi mercati: spostandosi In periferia incontriamo Akodessewa, il mercato dei feticci, una sorta di farmacia ambulante dove guaritori e sciamani possono trovare il necessaire per i loro riti vudù. Corna e teste essiccate di animali, usate per ottenere potenti pozioni curative, fanno bella mostra sui banchetti insieme ad erbe di vario genere. Si trovano rimedi per tutti i tipi di problemi: annualmente gli sciamani vagano per i villaggi preparando questi feticci di protezione con ricette tramandate di padre in figlio in lunghi anni di apprendistato. Sempre qui gli adepti dell’animismo comprano i gri-gri, prodotti per risolvere le piccole e grandi grane della vita di tutti i giorni.
In serata si arriva a Sokodé dove assisteremo alla coinvolgente danza del fuoco. Al centro del villaggio arde un gran rogo attorno al quale i danzatori si muovono al ritmo incalzante del tamtam. Alcuni di loro entreranno in trance lanciandosi nelle braci, prendendole in mano, mangiandole senza ustionarsi… Un momento indimenticabile, in cui si sente potentemente la forza della Magia e della Tradizione antica.
La stessa tradizione che troveremo nei giorni seguenti, seppur declinata in altri modi: a Malfakassa-Fazao il popolo Bassar mostrerà le competenze di geologia empirica e arcaica siderurgia sviluppate nei secoli e tramutate in una sorta di esperienza alchemica; sulla catena montuosa dell’Atakora i Tamberma dimostrano la loro fedeltà totale all’animismo con la presenza di grandi feticci a forma fallica posti all’entrata delle loro dimore. Queste sono minuscoli castelli di tre piani fatti d’argilla, riconosciuti di alto valore per la plasticità delle forme addirittura da Le Corbusier. Gli abitanti, notoriamente cortesi, ci lasceranno entrare per scoprire come si vive in queste straordinarie case fortificate.
Incontreremo, quindi, i Betammaribe (alias Somba) e scopriremo come la tradizione nel suo lato vitale e occulto possa imprimersi addirittura sulla pelle: i loro riti iniziatici prevedono varie scarnificazioni corporee volontarie; il ventre degli uomini e la schiena delle donne vengono incisi con raffinati e intricati motivi geometrici. Per tutta la vita queste cicatrici segnano concretamente i riti di passaggio attestanti il procedere del percorso di vita sin dallo svezzamento, quando il bambino viene scarnificato sul volto. Per sempre la pelle ricorda che sei un Betammaribe.
Il sesto giorno si arriva a Bohicon. Nel magnifico Palazzo Reale d’Abomey (patrimonio UNESCO) ci si perde nella Storia, incontrando il volto più inaspettato e razionale di un potere africano laico ed ufficiale: basti pensare che l’esercito reale dei Dahomey era formato anche da truppe femminili, famose per l’audacia e la bellicosità. Inoltre, l’esistenza di questo regno era riconosciuta già dai Reali francesi nel XVIII secolo.
Passeremo quindi dai palazzi aristocratici al villaggio su palafitte di Ganvie, dove la vita è scandita dal ritmo lento ed imperturbabile delle piroghe, per approdare infine a Ouidah con il suo fascino decadente e malinconico dell’architettura afro-portoghese. Sull’antico porto del traffico negriero si ergono uno di fronte all’altro tradizione e contrasti: da una parte il famoso Tempio dei Pitoni, dall’altra la cattedrale cattolica. Sensazioni discordanti, sospese nello spazio e nel tempo, che Chatwin ha saputo descrivere intensamente nel suo libro Il viceré di Ouidah. In questa magica città, dove i serpenti sono venerati come vudù protettori, dove ancora risuonano i lamenti delle colonne di schiavi in cammino verso la via del non-ritorno, sentirete lo spirito forte ed affascinante dell’Africa che pervade i suoi paesaggi architettonici e naturali, dal Forte portoghese fino al superbo estuario, in cui le acque del fiume e dell’oceano si incontrano lambendo spiagge bianche e deserte, incorniciate da lagune e foreste di mangrovia. I villaggi dei pescatori che abitano queste coste meritano una sosta per le singolari abitazioni costruite con rami delle palme intrecciate e per le grandi piroghe scolpite in modo artistico. Non mancherà, infine, lo spazio per il relax in spiaggia, sotto l’ombra di palme da cocco. Nell’ultimo giorno di viaggio si oltrepassa la frontiera e si riaffonda nella magia: l’incontro è con il vudù originario, ben diverso dai clichè conosciuti; sul litorale di Benin e Togo questa religione è praticata con fervore sincero. Assistendo ad una cerimonia, fra il ritmo incalzante dei tamburi e dei canti, può succedere che qualcuno cada in stato di trance. Queste manifestazioni, come i riti dei guaritori che incontreremo, si basano su una visione semplice dell’uomo dove materiale e spirituale sono legati: tutto è considerato in modo olistico: magia tradizionale e concreto del quotidiano sono inscindibili, in Africa. E prima di partire, durante gli ultimi acquisti a Lome, tra i negozi di arte tribale e le gallerie d’arte togolesi (i cui esponenti cominciano ad essere apprezzati anche all’estero) o scoprendo i colorati pannelli pubblicitari dei coiffeur di strada – nuova frontiera del collezionismo – vi accorgerete che questa sensazione non vi abbandona: la possente presenza della magia nelle sue infinite possibilità vi accompagna ancora …
E forse questo è il dono più grande che vi lascerà l’Africa in questo coinvolgente viaggio.
I Castelli del Ghana sono meravigliose strutture fortificate costruite dagli europei tra la fine del XV e gli inizi del XVIII secolo, come base di appoggio per le attività mercantili, dapprima collegate ai giacimenti d’oro e in seguito alla tratta transatlantica degli schiavi.
Veri e propri veri “magazzini di schiavi”, oltre a narrare spesso delle atrocità compiute al loro interno, sono anche testimoni dell’antica e preziosa cultura architettonica europea.
Purtroppo non sono edifici molto conosciuti, sebbene siano a tutti gli effetti da annoverare tra i beni architettonici di massimo rilievo storico (difatti sono rientrati nei beni dell’UNESCO) in quanto prezioso e poco noto patrimonio culturale comune a paesi europei e non europei.
(I risultati di questa impegnativa ricerca storico-architettonica sono illustrati nel volume The Castels of Ghana. Axim Butre Anomabu. Historical and architectural research on three Ghanaian forts.)
Castelli e fortificazioni
Cape Coast Castle, Elmina Castello e Forte S. Jago. Tutti patrimonio UNESCO.
Cape Coast Castle è stato originariamente costruito come residenza mercantile successivamente ampliata fino a diventare una fortificazione. Nel 1637 venne occupato dagli olandesi. Nel 1652 passò agli svedesi, e per un certo tempo continuò la lotta tra la popolazione locale e le varie potenze europee per ottenerne il possesso. Infine, nel 1664, dopo 4 giorni di battaglia, il forte è stato catturato dagli inglesi e ribattezzata Cape Coast Castle. Il Castello era la sede dell’amministrazione britannica fino a quando l’amministrazione fu trasferita a Christianborg Castello (Accra) il 19 marzo 1877.
Come la maggior parte delle antiche fortificazioni in Ghana, Cape Coast Castle svolto un ruolo significativo nel commercio dell’oro e degli schiavi. Al suo interno vi sono parti suggestive da visitare, tra cui la Dalzell Tower, le tombe di governatore George Maclean e moglie , le prigioni degli schiavi, “Palaver Hall”, ed, infine, i cannoni e mortai utilizzati nel Castello.
Castello di Elmina
Elmina fu il primo punto di contatto tra gli europei e gli abitanti del Ghana. Una visita al castello di Elmina è memorabile e commovente, tra queste mura hanno avuto luogo eventi di rilievo importanti per l’umanità.
Nel 1471, una spedizione portoghese guidata da Don Diego d ‘Azambuja arrivò fino su queste terre. Per la grande quantità di oro e avorio trovata qui, la chiamarono subito “Mina de Ouro”, la miniera d’oro. Elmina era infatti il centro di un fiorente commercio di oro, avorio e soprattutto schiavi, che sono stati scambiati per stoffa, perline, bracciali in ottone e altri prodotti portati dai portoghesi. Nel 1482, i portoghesi costruirono il Castello di San Giorgio (Elmina Castello). Questa vasta fortificazione rettangolare di 97.000 metri quadrati è la prima struttura europea conosciuta ai tropici.
Questo commercio immensamente redditizioa Elmina ha cominciato ad attirare l’attenzione di altre nazioni europee,cui seguì una lotta per il controllo del castello. Infine, nel 1637, dopo due tentativi senza successo in precedenza, gli olandesi catturarono Elmina Castello e ne presero il controllo per i prossimi 274 anni.
Fort St. Jago
Fort St. Jago è a pochi passi dal Castello di Elmina. E ‘da questo punto di vista che gli olandesi lanciarono il loro attacco su Elmina Castello. A differenza di altre aree, S. Jago non è stato utilizzato per attività commerciali. Il suo scopo primario era quello di fornire una protezione militare, e il Castello doveva servire come prigione per i detenuti europei.
Un viaggio di 12 giorni che parte da Bamak, una suggestiva città contraddistinta da edifici amministrativi in style Neo-Sudanese con un museo che possiede una meravigliosa collezione di interessanti oggetti etnografici, forse il più bello dell’Africa Occidentale.
Qui vive una comunità dei fabbri, specializzati in riciclaggio… attività in cui mostrano una creatività geniale. Per capire quanto la creatività sia di casa da queste parti, basta andare a visitare l’atelier di Malik Sidibe, premiato alla Mostra di Venezia con Leone d’Oro per la carriera., tra i più grandi fotografi africani.
C’è creatività anche tra le vie colorate del mercato centrale che ha l’aria del souk nord africano. Un’aria differente pervade l’atmosfera…
Segou fu chiamata “la bianca” poiché i francesi dopo la sua occupazione costruirono innumerevoli abitazioni dipingendole di bianco per distinguerle dalle sontuose abitazioni rosse dei possidenti del regno locale e precedente, proprio per sottolineare il passaggio di potere, per cui “Segou la rossa” di Biton Coulibali divenne “la Bianca” del governatore Fadherbe. La città si stende sulle rive del fiume Niger, lungo la darsena attraccano innumerevoli pinasse, i barconi in legno con il fondo piatto generalmente ricoperti da un tetto in legno e stuoie.Immagini suggestive.
La notte a Djenne e’ scandita dalle note di un griot: il cantastorie che da una generazione all’altra trasmette fatti e leggende delle corti reali e delle famiglie. Lo stile usato lo configura come antecedente del rap moderno: un fraseggiare a metà strada tra il melodico ed il parlato, mentre la sua chitarra a tre corde scandisce ritmi quasi ipnotici.
Djenne, la più bella ed intatta delle città carovaniere a sud del Sahara. La sua architettura in stile sudanese risale al XIV secolo.
L’armonia plastica dell’architettura sudanese ha colpito gli europei fin dalle prime esplorazioni. Forse è la piu’ nota delle località urbane di quesya parte di mondo.
I palazzi a più piani delle importanti famiglie che controllavano i commerci sahariani, le scuole coraniche, la moschea, che è anche il più grande edificio d’argilla nel mondo, formano un insieme abitato unico, che ha meritato il titolo di Patrimonio dell’Umanità da parte dell’UNESCO.
Camminando tra i vicoli della cittadina, i particolari architettonici attirano gli sguardi: sono il risultato del lavoro dei “barrey”, i muratori di Djenne. Veri e propri artisti, che edificano case avendo come unico strumento le loro mani ed il fango. Conoscenze tecniche e metafisiche si sommano facendo di un barrey un artigiano ma anche un grande iniziato. Le case che costruisce beneficiano delle sue capacità edilizie nonchè della conoscenza di formule magiche, le sole che davvero preserveranno la casa da disgrazie ed incidenti.
Il momento migliore per visitare Djenne é il venerdi, giorno della grande preghiera… per strada le persone indossano il migliore abito rappresentante la propria etnia. All’ uscita della preghiera una folla colorata invade la grande piazza della moschea creando uno spettacolo ineguagliabile.
E poi si parte per l’escursione di mezza giornata a piedi sulla impervia e rocciosa falesia Dogon alla scoperta di due villaggi abbarbicati a nido d’aquila sui monti.
I Dogon abitano in case di argilla marrone al limite della parete rocciosa; appena sopra di loro, nelle grotte della parete, come in un’immagine speculare, il “villaggio degli spiriti” edificato dai mitici Telem, prima dell’arrivo dei Dogon, in argilla rossastra. Marciando tra ripidi viottoli del “villaggio degli uomini”, scopriremo le case incastonate nella roccia, che non sono che estensioni di caverne. Assaporeremo attimi di vita quotidiana: donne intente a portare acqua, tessitori al loro telaio, anziani che intrecciano corde dalle cortecce di baobab.
Un profondo crepaccio nella roccia ci porterà lungo il sentiero centrale del “villaggio degli spiriti” che percorreremo in silenzio: torri di argilla rossiccia, antichi granai, grotte e necropoli dove solo gli iniziati hanno accesso. I Telem erano un’etnia pigmoide sparita misteriosamente quattro secoli fa.
Nel pomeriggio l’uscita delle maschere Dogon. Famose per le loro forme, che richiamano dell’arte moderna ed il cubismo, queste maschere rappresentano la vita del villaggio. Danzano in modo particolare all’occasione di funerali, per rendere un ultimo omaggio allo spirito del defunto, e per incoraggiarlo a lasciare il villaggio.
Vi è una grotta maestosamente affrescata con disegni nei classici colori cosmogonici delle popolazioni africane (bianco, rosso e nero) da lì partiremo per ottenere un’esaustiva spiegazione dei riti iniziatici che ogni 4 anni si svolgono in questo anfiteatro naturale.
Mopti, caratterizzata soprattutto dal variopinto porto che ospita i personaggi dell’acqua e del deserto. “Creazione” coloniale, in contrapposizione a Djenne, Mopti ha conquistato negli ultimi decenni l’egemonia come porto fluviale nella regione del delta interno grazie alla sua abbondanza di pesci. Mopti è anche terminal di barche stracariche di gente, che qui arriva per lo più con pescato e riparte con i beni prodotti dal lavoro agricolo dei Dogon, essenzialmente miglio e cipolle.
Mopti è anche un terminal importante del commercio del sale che comincia a Taudenni (750 km a nord di Timbuctù) e termina a Mopti, prima di spargersi nel dedalo di strade e piste dell’Africa Occidentale. Nel porto, presenze atipiche quali gli Arabi di Timbuctù, sono là per ricordare questo legame tra Mopti ed il sale del deserto.
Inoltre, Mopti è il luogo in cui le barche nascono: legno, chiodi, stracci, corde sono assemblati da mani esperte, per poi essere consegnati a pittori specializzati in disegni scaramantici. Poi, una volta benedette dal marabut, queste imbarcazioni, le famose “pinasse”, sono pronte per salpare su acque poco profonde, ma a volte agitate dai venti provenienti dal Sahara.
Tra Douentza e Timbuctù si stende il Gourma una regione particolare di steppe semi-desertiche.
Grazie al fiume Niger che lo circonda a nord e che funge da barriera climatica, il Gourma è un territorio di savana con le dune. In effetti, il Gourma che per la sua latitudine avrebbe dovuto essere un deserto, non lo è a causa del fiume che lo protegge e che, attraverso falde sotterranee, crea numerose pozze.
Nel Gourma incontreremo numerosi accampamenti di nomadi Peul, Tuareg, Bella (ex schiavi).
Il FESTIVAL di Essakane: notti al campo
Il festival di Essakane est un festival unico al mondo, forse l’ultima Woodstock.
Un premio è dato a tutti: artisti che suonano in luoghi in cui gli unici a loro agio sono nomadi e cammelli, pubblico che fa centinaia e centinai di chilometri per assistere all’evento.
Questo Festival più che ogni altro al mondo nasce da un incontro unico tra artisti e spettatori, in cui tutti sono protagonisti dell’avventura.
Per saperne di più leggi il sito ufficiale: http://www.festival-au-desert.org/
I Tamberma sono una popolazione che ha trovato rifugio da molti secoli ai piedi dei monti dell’Atakora, luogo di difficile accesso che però ha fatto sì che venissero protetti dai negrieri del mondo arabo.
Il nostro excursus sull’architettura africana e le sue singolarità ci ha portato a narrarvi di questo mitico popolo. Per cominciare…davanti alle porte delle loro case si trovano grandi feticci dalla forma fallica atti a proteggerne gli ingressi, ma di ‘notevole’ non c’è solo questo: l’architettura di questi luoghi viene difatti considerata una delle più belle d’Africa, con case fortificate che sono veri piccoli castelli in argilla costruiti su tre livelli.
Spesso i Tamberma vengono definiti popolazione delle case fortificate.
Queste regioni sono davvero particolari, da vedere, in quanto possono considerarsi fra le più autentiche del continente africano, dove la vita si perpetuada secoli senza modificazioni , all´interno delle grandi case patriarcali fortificate ed isolate. I loro piccoli castelli di solito si possono visitare, in questo modo si possono conoscere direttamente le loro quotidianità e le loro tradizioni.
Valle dei Tamberma
Come punto di partenza per visitare la valle dei tamberma si consiglia il villaggio di Kandé, circa 30 km a sud di Kéran lungo la strada internazionale, che segna il margine settentrionale del tratto più panoramico della carrozzabile. Sovente, i viaggiatori che non dispongono di un mezzo di trasporto attraversano a piedi queste strade sterrate fino ai villaggi; passando in questo modo così ‘alla mano’, è piu’ facile che gli abitanti possano accoglierli calorosamente, non considerandoli quali turisti.
La casa tamberma è detta ‘tata’ e le sue famose torri sono collegate l’una all’altra con lo spesso muro fino ad arrivare all’unica porta che dà sull’esterno. Anticamente, tale struttura fortificata era utile a contrastare le invasioni delle tribù vicine e, alla fine del XIX secolo, dei tedeschi. Dentro la casa, sollevata dal resto, c’è una grande terrazza fatta di tronchi coperti d’argilla; è qui che si cucina, si fa essiccare il miglio e il mais e si trascorre gran parte del tempo libero.
Le torri, con forma conica, si usano per immagazzinare i cereali, le altre stanze fungono da camera da letto e da bagno; una di esse è la cucina per la stagione delle piogge. Anche gli animali vengono tenuti al piano terra, per ripararli dalla pioggia eventuale. Essendo le case fatte di argilla, legno e paglia sono abbastanza fresche per tutto il giorno, mentre nei villaggi più ‘moderni’ le abitazioni sono in calcestruzzo e risultano molto più calde. Gli abiti di questa popolazione sono molto succinti e per loro è normale, quindi si infastidiscono – giustamente – alquanto quando i turisti li fissano. Il vero viaggiatore invece, mantiene un atteggiamento discreto e la gente lo premia sempre accogliendolo nelle proprie case e donando la propria amicizia in modo disinteressato. Nell’interno delle case non c’è molta luce, giusto quella sufficiente per non andare a sbattere contro i muri od inciamparsi nei teschi di animali ( i feticci ) appesi alle pareti o nel piccolo altare dei sacrifici. (Non sarebbe affatto divertente!)
I tamberma sono animisti. Una curiosità ancora per gli appassionati: architetti di avanguardia come Le Corbusier sono rimasti colpiti per la plasticità delle forme di queste dimore fortificate.